Napoli – Atalanta, sofferenza, rassegnazione, consapevolezza e commozione

Napoli – Atalanta può essere descritta con 4 parole, che danno l’idea delle emozioni, dei sentimenti, delle sensazioni della partita, che nonostante le enormi difficoltà e i limiti della squadra di Sarri, ci mostra un Napoli sempre più all’altezza del ruolo che si sta dipingendo.

Sofferenza. Sarri soffre Gasperini. E’ un dato di fatto. Lo hanno dimostrato le due sconfitte della passata stagione, lo ha dimostrato il primo tempo di questa seconda giornata di campionato. Il Napoli non gioca bene, viene pressato in mezzo al campo e costretto a passaggi rischiosi, trova un muro centrale invalicabile, quelli della Dea sono su tutte le palle, intercettano le linee di passaggio decisive, infangano le giocate azzurre. Gasperini punge il Napoli nel suo punto debole, la difesa sui piazzati. L’Atalanta va in gol con Cristante al minuto 14 e il Napoli faticherà a mostrarsi nella sua bellezza.

Rassegnazione. La rabbia cavalca, la rassegnazione spunta da quel cassetto che non vorremmo mai aprire. Sarà il solito Napoli? Sarà il Napoli che si fa imbrigliare, che si schianta sui suoi limiti, che si fa imbottigliare dal buon Gasperini? Sono i pensieri condivisi da tifosi e addetti ai lavori. Finisce il primo tempo e anche i primi minuti del secondo tempo trasmettono lo stesso triste messaggio. L’Atalanta è una bestia nera e il Napoli è ancora lì, fermo perché ha bucato la ruota, in difficoltà perché non vuole o non può fare il salto di qualità.

Consapevolezza. Passano dieci minuti della ripresa, il Napoli attacca, ma non sfonda il muro neroazzurro. Sembrano gli ennesimi punti persi su un campo di una cosiddetta piccola e invece arriva il pareggio. Calcio d’angolo, Zielinski la stoppa di petto fuori area, è una nuova modalità di gol, sulla seconda palla c’è uno dei nostri, evita col petto un avversario, la palla è a mezz’aria, il polacco usa la sua classe, calcia il pallone, la tiene alla giusta altezza, Berisha è battuto. Il Napoli si desta. L’Atalanta si disunisce, si alza troppo e viene punita. Allan, subentrato ad Hamsik, serve con una palombella Insigne oltre i difensori. L’azzurro la passa di testa e in orizzontale al compagno Mertens, superando 2 difensori. Il belga deve solo segnare. Entra anche Diawara per dare più corsa, più forza, più energia in mezzo al campo. Il Napoli gestisce la partita, attende e cerca di pungere in ripartenza la squadra di Gasperini, sbilanciata in cerca del pareggio. Il gol del 3 – 1 arriva all’86’. Napoli-Atalanta-100L’azione è da manuale del dai e vai. Mertens si trascina un difensore e la serve indietro per Allan che la lancia in avanti, poi da Callejon a Mertens che la fa scivolare verso Rog, è il primo gol in maglia azzurra del croato. Il Napoli sblocca grazie ad una prodezza di un suo uomo, ma mostra consapevolezza, consapevolezza dei suoi mezzi, consapevolezza delle potenzialità dei suoi uomini, consapevolezza del suo destino. Ancora una volta Sarri sostituisce tutto il centrocampo, gestisce al meglio il reparto dove ha più varietà di scelte, il reparto dove risiede il cuore azzurro, il reparto dei giovani campioni, dove partirà il Napoli del futuro.

Commozione. La partita è finita con una fondamentale vittoria per gli azzurri, 3 punti contro un avversario che trova le giuste energie e le giuste contromosse contro il nostro gioco. Ma non tutti ridono, ci sono delle lacrime sul volto di uno dei leader di questa squadra. Reina potrebbe andare al PSG, vuole andare al PSG, ma sa che il San Paolo è con lui, sa che i tifosi sono con lui, e gliene danno una prova. Si dirà nelle ore successive tanto sulla faccenda, ma le ultime notizie sembrano confermare la sua permanenza. Il post su Instagram della moglie del portiere sembra inequivocabile, Reina resta. E’ troppo tardi, il Napoli non può permettergli di andare via. Dovrà dimenticare il PSG (almeno per ora) e pensare solo al Napoli. Lo ha fatto con l’Atalanta, da serio professionista quale è, sono sicuro che lo farà anche in seguito. Al Napoli serve lui, serve il suo piede, servono le sue mani, serve il suo cuore. Non ci interessa il motivo del suo possibile addio o l’idea che lo stesse facendo davvero, è importante che termini la sua avventura a Napoli nel migliore dei modi.

Sofferenza, rassegnazione, consapevolezza e commozione.

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Nizza – Napoli, Nizza non è di Garibaldi

Forti del 2-0 dell’andata, Sarri e i suoi volano in Costa Azzurra per conquistare una qualificazione importante sia per rimpinguare le casse della società che per tornare tra le più forti squadre d’Europa, il posto che il Napoli di Sarri merita. Il Napoli doveva essere se stesso, umile sempre, ma senza paura, perché non può aver paura del Nizza, quantomeno non di quello visto al San Paolo. Ed infatti il Napoli non ha paura, d’altronde come potrebbe in un posto che si chiama Costa Azzurra? Il primo tempo potrebbe finire con un punteggio già demoralizzante per i francesi, ma il Napoli è impreciso. La squadra di Sarri ne avrebbe potuti segnare a caterve, 1926 potevano bastare? Gli azzurri sbloccano il risultato solo nel secondo tempo con Callejon, non al pieno delle sue possibilità, ma sempre pronto per farsi trovare dove serve. Lo chiami e lui risponde, anche con una sola gamba, è come quegli amici che chiami quando sei in difficoltà, si fanno trovare sotto casa. Hamsik si sovrappone e Insigne lo serve nello spazio, lo slovacco scaglia verso il centro un fendente che trova solo soletto Callejon. E’ gol, la partita si sblocca, è quasi fatta, un gol in trasferta mette una seria ipoteca sulla qualificazione. Siamo più rilassati. Nizza-Napoli-83Il secondo gol nasce da una triangolazione tra Insigne e Ghoulam, la palla termina sui piedi di Insigne, che batte Cardinale, e quindi Amen. Ancora incommentabili i movimenti della difesa francese. E’ finita, non c’è Nizza che tenga, Balotelli e Sneijder sono 2 gregari, dovrebbero portare la borraccia a Mertens e Insigne. E’ qualificazione. Una squadra italiana torna a vincere i playoff dopo 4 anni. E Napoli dimentica l’incubo di Bilbao. Per la prima volta è per due anni consecutivi in Champions League.

Il Napoli domina, si divide il possesso palla con gli avversari, ma non è mai sotto, 22 tiri contro i 14 degli avversari, 8 nello specchio contro i 5 avversari. Ma questo Napoli va oltre le statistiche, la squadra di Sarri è puro spettacolo e meccanismi che si sono rafforzati ed evoluti, sì, anche evoluti. E’ un Napoli 2.0. Questa terza partita ufficiale ha dato una risposta alle mie incertezze, questo Napoli è ancora una certezza, il suo gioco lo è ancora, una sicurezza incrollabile come un cielo azzurro. Eppure il Napoli è migliorato rispetto a quello della passata stagione, sia nei singoli che nella squadra. Insigne, Mertens, Ghoulam, per nominarne alcuni, sono determinanti. La squadra è più veloce, decisa, attenta alla manovra, gli scambi centrali tra le linee mettono in imbarazzo gli avversari, che possono solo correre in tondo come dei cani che si mangiano la coda. E quando il Napoli va sulle fasce c’è il cross di Ghoulam, ci sono le sovrapposizioni e gli inserimenti nei mezzi spazi. Da notare come Sarri abbia sostituito, nel finale, l’intero centrocampo, passando da Hamsik-Jorginho-Allan a Zielinski-Diawara-Rog. Lì risiede il fulcro del discorso, trovate il cuore del Napoli, dal giovane centrocampo partirà il futuro azzurro, lì dove si corre e si tiene su la squadra.

La qualificazione è acquisita, si attendono sorteggi fortunati. Ma oggi ci basta dire che Nizza non è di Garibaldi, Nizza è napoletana.

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Certezze e incertezze, dalla pizza fritta alle “cazzate”

Maradona è meglio ‘e Pelé. Come nella vita, anche nel calcio esistono poche certezze, e tante incertezze. Caro lettore, tu che ti accingi a leggere alcuni dei miei pensieri trasformati in bit, sai che non puoi dubitare di alcune incrollabili sicurezze: la vita non può che iniziare e finire con la morte, il colore azzurro di un cielo senza nuvole, lo scorrere delle stagioni, il moto della Terra intorno al Sole, lo scintillio di stelle e pianeti, il sole di Napoli o la nebbia di Milano. Così nel calcio esistono certezze incrollabili, se segni più del tuo avversario vinci, Maradona è meglio ‘e Pelé (almeno per noi attorno al Vesuvio), più alto il fatturato e più è alta la probabilità che tu vinca (almeno per quelli che usano il cervello). Poche sono le certezze ma molte le incertezze, che possono in alcuni casi mettere in dubbio le più forti verità. Quasi tutte, ma non certo la mano di Dio o la pizza fritta.

Pensando. Pensando a questo Napoli, al precampionato, alle dichiarazioni degli azzurri, alla conferenza stampa di Sarri, al passato recente, alla nostra storia, a Benitez, a de Laurentiis, a Maradona, all’estate, al fruttaiolo sotto casa e a Chuck Norris (che non c’entra nulla, ma fino ad un certo punto, perché lui c’entra sempre), non ho potuto non pensare al momento. Non ho potuto non pensare alle certezze azzurre e alle incertezze azzurre, o forse un po’ celestine, un po’ più opache, che rendono l’azzurro forte delle nuove maglie un po’ più triste, un po’ più incerto.

CALCIO: NAPOLI; IN ATTESA 'COLPO' MERCATO DOMANI AMICHEVOLE A BERLINOLa “pizza incerta”. Esistono delle certezze incrollabili in questo Napoli. La filosofia Sarriana è una di queste. E poi, certezze create che fanno il paio con la filosofia, o ne dipendono: il gioco, i tocchetti, le linee strette, la squadra stretta a fare densità, la pressione alta degli avanti e la difesa alta sul centrocampo. Poi le certezze nei singoli: Insigne e il passaggio in profondità, Callejon che cerca lo spazio, Hamsik a comandare con i suoi sprazzi, Mertens che si scopre attaccante, la gioventù in mezzo al campo, Koulibaly e le sue doti (calcistiche ovviamente, cosa pensavate?), Reina e i suoi rilanci millimetrici. Queste sono certezze, certezze di un passato recente, che hanno portato il Napoli di Sarri ad un secondo e un terzo posto, a conquistare record storici e a mettere in scena lo spettacolo più bello. Una certezza incrollabile è la filosofia, le altre sono “certezze incerte”, lasciatemi dire così, sì “certezze incerte”, un po’ come “piano veloce” o “secco grasso”, sono sobrio, tranquilli. Una “certezza incerta” è una pizza che mangi lontano da Napoli, sai di amare la pizza, ami il pomodoro, l’olio, il basilico, la mozzarella, ma sai che lontano da Napoli questo magnifico sogno può essere un incubo. Avete mai mangiato una pizza fuori da Napoli? La qualità della pizza va come l’inverso del quadrato della distanza da Napoli, un po’ come la forza gravitazionale o quella elettrostatica. Ecco, anche la pizza è una “certezza incerta”. I meccanismi azzurri, imparati a memoria, si dovranno poi implementare contro squadre vere, anche durante la prossima stagione, oggi sono delle “certezze incerte”.

Da dove riprendiamo? Il Napoli terminava la passata stagione alla grande, con un filotto di punti, che però non servirono per il primo posto, non servirono per il secondo. Saprà il Napoli riprendere da dove ha lasciato? Il Napoli sarà ancora certezza? Farà delle sue convinzioni le sue armi per vincere? Il nodo della questione è quello, ecco la più grande incertezza. E tante variabili subdole possono insidiare le certezze azzurre, rendendole meno sicure. Milan e Inter si rinforzano, la Juventus e la Roma restano squadre forti, il Napoli ha apportato solo dei lievi ritocchi, e la partita sarà dura, e il risultato incerto. Le distanze si sono ridotte con quelle che precedono? E con le Milanesi? Beh, lo sapremo presto.

Calma gente. L’ambiente è sereno e motivato, che bel ritiro quest’anno, una certezza, ma dopo il primo passo falso (speriamo che non ci sia), questa serenità e questa motivazione che fine faranno? Le ritroveremmo in fiamme, come qualcuno ha voluto ridurre il Vesuvio? Le incertezze sono tante, il Napoli non sa se sarà quello che sarà, no quella era una canzone, non sa se sarà quello che era. Può solo lavorare affinché questo avvenga, ma non può predire quanto forti saranno le contendenti, che comunque dovranno affrontare i propri mostri. Gli azzurri vogliono lo scudetto, lo vogliamo tutti, ma lo scudetto è un sogno. Le dichiarazioni degli azzurri sulla vittoria del campionato si possono trasformare in un boomerang che può lasciare in mutande ambiente e squadra. Icaro azzardò e precipitò. Sarri lo percepisce, e cerca di mettere un freno agli slanci, cerca di riportare tutti sulla terra. Come fece Benitez, così lui mette il freno, contestualizza il Napoli e contestualizza gli obiettivi, le certezze e le incertezze. Alla conferenza stampa segue qualche polemica, ma le sue dichiarazioni sembrano naturali e realiste, accettatele, non costruite castelli, tutto il resto è noia, noia noia, noiaaaa. Franco Califano? Calma gente, l’articolo è quasi al termine.

Siamo quelli che eravamo. Il Napoli sceglie di conservare quello che era, lasciando tutto invariato, rinnovando i giocatori cardine, aumentando i salari, e spendendo poco in cartellini. Confida che rimanendo chi siamo, conoscendo quello che siamo e quello che possiamo fare, saremo quelli che hanno finito in crescendo durante la scorsa stagione. Questa ora sembra una certezza, ma sarà tale a campionato iniziato? Noi siamo gli stessi, ci conosciamo, piacere, che la pace sia con noi. Ma questo basterà per opporsi alla Juventus? La Juventus dicevo, che pure si rinforza. Il Napoli può opporsi alla Roma che cede sempre, ma resta sempre competitiva, nonostante l’incognita dei nuovi e del nuovo mister? Può opporsi al Milan che spende e spende, grazie ai soldi che scombussolano la Serie A, come un virus che infetta?

Preliminare e mercato. Tante incertezze sono all’orizzonte, Sarri le conosce e conosce le sue certezze, conosce quello che accadrà a metà agosto, arriva il preliminare, il primo obiettivo, la prima sfogliatella da mangiare (ma calma con le sfogliatelle, che c’è la prova costume). E’ l’unico obiettivo, per ora, e le certezze azzurre si devono manifestare già lì, chiunque si frapponga tra l’azzurro e l’oro della Champions. Calmiamo gli animi, continuiamo con il lavoro, seguendo i dettami di Sarri, ma non lanciamoci in dichiarazioni che ci potrebbero affondare. Si potrà approfondire anche qualche cosa sul mercato, sistemare la situazione portiere, rinnovare Reina e pensare al futuro e trovare un sostituto per Hysaj. Bisognerà liberarsi di qualche altro giocatore e pensare alla sorte di Giaccherini e Pavoletti. Quasi sicuramente nulla più. Con il preliminare nella mente, Sarri, come Benitez, vuole alleggerire tutti dalle pressioni. Perdere non sarebbe un dramma, ma è il primo a sapere che per il Napoli i soldi della Champions sono come il Sole e il Vesuvio per un napoletano, serenità e protezione.

Basta “cazzate”. Il Napoli non deve vincere lo scudetto, ma può sognarlo e con Sarri può sognare alla grande. Sarri è la certezza, la sua filosofia è la certezza, poi il campo ci racconterà di altre certezze o anche di incertezze. Ora è tempo di lavorare, ridurre gli errori, ridurre le “cazzate”, ridurre le incertezze, per arrivare a vincere, e goderci il circo, il videogioco, la certezza azzurra.

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Il mito deve rivivere anche attraverso un numero che non c’è più

maradona-napoli3Sulla 10 ad Insigne. No. No a prescindere. No. Ma non per negare al nostro gioiello una gioia, o almeno non per negarla a lui in particolare. Io la voglio negare a chiunque, perché questo svilirebbe il mito. Il mito deve rivivere anche attraverso un numero che non c’è più, che non potrà più fare la sua comparsa su un prato verde, che è stato consegnato alla memoria di un video in VHS, alla memoria di Novantesimo Minuto, o ad una radiocronaca dall’altoparlante di una radiolina scassata. Il mito è memoria, una mano che segna e una lunga corsa e uno slalom che sballano, diavolo e angelo contro il nemico e per la sua terra. Un unicum come Diego è un ricordo per chi lo ha vissuto, un sogno per chi non c’era, e una speranza per chi non può, e vuole vincere, senza averne i mezzi, perché Maradona in qualche maniera fu l’unico mezzo per vincere contro lo strapotere del nord. Maradona fu speranza, sogno, forza, orgoglio, slancio verso l’ignoto, la possibilità della vittoria. Maradona è quello del campo, quello del piedino magico, della mano di Dio, degli stop, delle pazzie, del genio e della sregolatezza, quello dei giochetti sul campo. Ovviamente non quello fallibile fuori dal campo, non è quello che sbaglia quando chiede la testa di Sarri (ne scrissi qui). Maradona, quello divino, è il dio del calcio, che nasceva per illuminare calciando un pallone, è unico e unico sarà nell’aver onorato quel numero. Quella maglia con quel numero è stata santificata dal Dio che l’ha indossata. Non potrà essere più materia umana, ma solo divina, degna solo di restare tra gli Dei dell’Olimpo, come il fulmine di Zeus, la spada di Marte o la fucina di Vulcano. La 10 di Maradona è unica e come tale deve restare la sola e ultima. Qualcuno nelle serie inferiori l’ha dovuta indossare, le regole hanno voluto così, l’ha onorata, come si fa con le effigi di un Santo (l’ultimo adepto fu il Pampa Sosa). Significa onorare l’unico e inimitabile, anche con un pizzico di tristezza, se si pensa che la 10 non potrà essere indossata da nessuno, mai più. Il mister pensa al sogno dei giovani, di coloro che ambiscono a indossare le vesti di un Dio. E’ un punto di vista rispettabilissimo, forse ha ragione lui, ma io penso che a volte, forse poche volte, un simbolo da onorare e da ricordare può far scalare montagne impossibili.

Insigne è un 10 nel cuore, nel sogno, non esattamente un 10 classico, certo. E’ un giocatore diverso da Maradona, ma è un genio col piede e anche un po’ pazzo nelle idee. E’ un calciatore che tenta di crescere, nelle ultime due stagioni ha mostrato sul campo fantastici momenti di calcio, aspirando a quella continuità che lo renderebbe unico nel suo genere, un grande attaccante con la testa da regista e guizzi del finalizzatore. A lui va tutta la nostra attenzione, e l’ammirazione e lo sprone per diventare sempre più forte. Ma la 10 del Napoli non si tocca, non si vede. Si onora, ma non si indossa. La si può sognare, ma appartiene ad uno solo. Appartiene al mito che vive ogni volta che pensi a quella maglia azzurra, con un 10 sulle spalle, mentre si riscalda, mentre si scambia un gagliardetto, mentre corre, dribbla e segna, quel mito che si esalta mentre il suo popolo lo acclama, e i telecronisti ne incensano le doti. Maradona è la 10, e la 10 è Maradona, lasciamo in pace Dio, e rendiamogli grazie.

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Benevento in Serie A: la sua storia fantastica

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Benevento in Serie A: la sua storia fantastica

 

 

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