Genoa – Napoli (Capitolo 16), Galeazzi avrebbe urlato: “Andiamo a vincere”

Galeazzi avrebbe urlato: “Andiamo a vincere”. Perché più che una partita di calcio, Genoa – Napoli si è trasformata in una gara di canottaggio. Peraltro, l’arbitro dell’incontro è Abisso, ce lo saremmo dovuti aspettare. E i ricordi non possono che mischiarsi con altri olimpici, con le vittorie dei fratelli Abbagnale, napoletani anche loro, e ricordiamo quanto emozionanti erano stati i racconti di quelle gesta da parte di Giampiero Galeazzi. Parole, gesta, momenti, tutti impressi nelle menti di noi telespettatori, amanti dello sport: “Andiamo a vincere”.

Genoa – Napoli è gara che arriva dopo la notte di Champions (leggi le emozioni della gara nel Capitolo 15). Forse anche per questo, perché scarico mentalmente dopo un’impresa così importante, il Napoli gioca un brutto primo tempo. Inizia male, sembra aver preso le misure, prende anche un palo, con un bel tiro di Insigne, ma è leggerino in fase difensiva. Il Genoa aveva già dimostrato di poter impensierire gli avversari con lanci lunghi, e proprio in questo modo passa in vantaggio, proprio nel momento migliore degli avversari. Cross in mezzo all’area, e non salta nessuno, nemmeno Hysaj, l’unico che fa quello che deve fare è Kouamé. Oltre al legno di Insigne, il Napoli avrà un altro paio di occasioni, anche una triangolazione in area che porta Milik al tocco e alla paratona di Radu (in gran spolvero). Ma niente di fatto, il Napoli è bruttino, lontano ricordo della squadra della notte di Champions.

Nap-Gen-83Il secondo tempo parte con 2 cambi, Mertens al posto di Milik e Fabian al posto di Zielinski. La partita viene interrotta, piove troppo. Dopo una piccola pausa, senza pioggia si ricomincia, inspiegabilmente l’arbitro non prova il rimbalzo del pallone e fa ricominciare, ma il campo è impraticabile, alcune zone sono inzuppate d’acqua, pozzanghere ovunque, sembra sport acquatico, sembra una gara di canottaggio. Alla fine del primo tempo ho twittato: “Non preoccupatevi”, perché ero sicuro che questo Napoli ce l’avrebbe fatta, ma le nuove condizioni del terreno di gioco mi fanno temere. La palla è ingiocabile, le condizioni penalizzano estremamente una squadra come il Napoli che basa il suo gioco con scambi e non con lanci lunghi, i Genoani vedono l’impresa più vicina. Non è calcio, è una gara di forza, più simile ad una partita di pallanuoto. E invece “Andiamo a vincere”. Gli azzurri sono come gladiatori in un’arena, che si sporcano nel fango, romantici, li volevo proprio così, lanciano il cuore oltre l’ostacolo, in condizioni impervie tirano fuori quello che forse non sapevano di avere, finalmente romantici. Sembra una palude, ma il Napoli è in versione anfibia, Mertens inventa un tocco di tacco, un passaggio nel vuoto, si aprono le acque, come nel Mar Rosso, aprendo gli spazi per Fabian. Lo spagnolo accetta l’invito, calcia il pallone col piatto e porta i suoi sul pareggio. Lo spagnolo è decisivo nei movimenti, nelle posizioni, in fase realizzativa, in terra e in acqua. Si fa sempre più difficile giocare, la palla sembra un mattone e la stanchezza inizia a farsi sentire. Il Napoli non può giocarla a terra e quindi cerca di tenerla il più possibile lontano dall’acqua. I calci da fermo possono dare una mano. E da uno di questi, Mario Rui calcia basso, la fa rimbalzare, Albiol duella in area, Biraschi la butta nella sua porta, l’arbitro controlla con i suoi collaboratori, e conferma. E’ il gol della vittoria. “Andiamo a vincere”

Le statistiche di questo incontro, ad ovvio appannaggio del Napoli, contano relativamente. Quel che conta è l’impresa atipica e romantica di questa squadra. E’ atipica perché nel calcio moderno è veramente difficile vedere una gara giocata in queste condizioni. E’ romantica perché l’impresa è di altri tempi, in un campo di periferia, nello sporco, trascinandosi un pallone che pesa come un mattone, lasciando da parte tecnica e sincronismi, e mettendoci potenza e arte di arrangiarsi. Il Napoli che cercavo, che Sarri aveva iniziato a darci e che si è compiuto con Ancelotti, una squadra eclettica che abbandona il suo illuminismo e la ragione e si lancia col cuore. Avevo già ripreso questo concetto nel descrivere la rimonta con il Milan (Capitolo 2) e la prima impresa Champions con il Liverpool (Capitolo 9). Ma è un pensiero al quale tengo tanto, perché oltre ad un’idea tattica serve qualcosa di diverso, che nasca dal cuore e nella testa, e Ancelotti sta plasmando questo aspetto. E il cuore ritorna a quelle vecchie telecronache di canottaggio, dove un omone gridava “Andiamo a vincere, andiamo a vincere, andiamo a vincere”.

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Napoli – Paris Saint Germain (Capitolo 15), guerra fredda e guerra calda

Il Napoli sorprende ancora, ancora nella notte Champions, ancora con i francesi del Paris Saint Germain. E le parole che appaiono tra i miei pensieri sono controllo e sicurezza. Controllo e sicurezza, il Napoli parte da quel controllo dello status quo, dell’equilibrio raggiunto, con quella tensione flebile ma incessante tipica della guerra fredda, il Napoli sa gestire la partita, si fa guidare e sa riprendere a guidarla, sicuro di se stesso, sicuro nella gestione e nell’assalto.

Nap-Psg-68dIl primo tempo è una guerra di nervi, contro avversari che qualitativamente possono quello che vogliono, contro un Neymar inarrestabile. Il Napoli resiste, si propone, è in pieno controllo della partita, nonostante i rischi palesi. E’ una guerra fredda che viene però interrotta proprio allo scadere del primo tempo, addirittura oltre i minuti concessi. E’ un momento di debolezza, che costa uno svantaggio duro da digerire, inaspettato e immeritato. Ma nonostante questo passo falso, questo momento da coltello nel burro, già dopo la prima frazione non si può che complimentarsi con questo Napoli. Non si può non ammirare le diagonali di Mario Rui, i dribbling di Maksimovic, l’autorevolezza di Ospina, giusto per nominare dei personaggi di secondo piano, spesso criticati, che interpretano al meglio il proprio ruolo.  Questo pugno nello stomaco, questo attacco oltre le linee nemiche, questo raid a Pearl Harbor non ammazza gli azzurri, anzi, è il modo di trasformare l’equilibrio in una guerra, una guerra vera e propria, una guerra calda. La prima mezzora del secondo tempo è un assalto all’arma bianca, c’è solo il Napoli, che morde le gambe degli avversari, il pressing è asfissiante, le azioni fioccano, Buffon si supera, il Napoli cura tutti i particolari. Callejon è per sua natura uno che cura i particolari, lo spanish sniper è sempre pronto per attaccare uno spazio, si infila nello spazio giusto, si procura un bel rigore. Insigne lo va a calciare, nonostante i tifosi avversari, appostati come dei cecchini, cerchino di disturbarlo con un laser. Il rigore è perfetto, a pochi centimetri dal palo, e potente. Buffon non può nulla, contro la cura dei particolari azzurri. Il resto della partita va in gestione, ritorna la guerra fredda, il Napoli sembra leggermente stanco, ma la porta a termine. Che partita, che risultato.

Il Napoli è sicuro, solido, gestisce e offende senza colpo ferire. Il nuovo Napoli gareggia alla pari contro squadre di blasone maggiore, con qualità superiori, senza paura, con i suoi mezzi, e oltre i suoi limiti. E’ un altro pareggio, che ancora vale più di mille parole (Capitolo 13), che è vestito da vittoria (Capitolo 12). Il Napoli è primo nel girone Champions, risultato insperato all’inizio della competizione. Il primato arriva in una notte che vede gli azzurri assistiti dalla buona sorte. La Dea Bendata mette la benda sugli occhi dell’arbitro, che giudica a nostro favore un paio di interventi veramente dubbi. Ma è un dettaglio, quello che conta è che Ancelotti ha insegnato quella sicurezza che il Napoli non aveva, e che forse non sapeva di poter avere. Controllo e sicurezza, guerra fredda e guerra calda. Con un occhio ai prossimi due impegni, decisivi, in un girone equilibrato come una guerra fredda, ma che può smuoversi con la guerra calda, quella che sa di poter fare il Napoli.

 

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Napoli – Empoli (Capitolo 14), la notte di Careca, Altafini, Savoldi e Harvey Dent

Casualità, o segno del destino, ma dopo 4 anni mi ritrovo a pensare ad Harvey Dent, al Due Facce di Batman, alla sua doppia anima, sempre dopo un Napoli – Empoli. Quel Napoli del 7 dicembre 2014 era il Napoli indeciso e altalenante di Benitez, quel Napoli pareggiò con quell’Empoli di Sarri, in quel 2 – 2 segnò anche Verdi, all’epoca tra gli Empolesi. Quella era una squadra in confusione, quindi il paragone con il Napoli odierno non regge. Ma non ho potuto non pensare, per questo Capitolo 14, ad Harvey Dent, alle sue Due facce, e alle mille facce azzurre (non nuove per questo Napoli Ancelottiano, leggete il Capitolo 11). Eppure il risultato finale sarà 5 – 1 per gli azzurri, sembra un controsenso, ma il Napoli ha altalenato momenti intensi, a momenti di leggerezza. Il 5 – 1 non è un risultato nuovo contro l’Empoli, vi rimando ad un altro Napoli – Empoli recente.

Dopo 8 minuti, il Napoli è già avanti con Insigne, Koulibaly strappa un pallone nella sua metà campo, pensa di essere Weah, è devastante in progressione, poi la passa delicatamente ad Insigne, che ancora delicatamente supera Provedel. Eppure il Napoli concederà in fase difensiva, colpa di un centrocampo non all’altezza, prodotto del turnover pre-Champions, che vede Diawara, Rog e Zielinski abbastanza fuori dalla partita. L’unico in grado sembra essere il jolly Fabian. Ma quelli in avanti sono ispirati, e arriva anche il raddoppio, in contropiede, è Mertens che la piazza dove Provedel, sicuramente non all’altezza, non arriva.

Nap-Emp-123Serviva cambiare qualche cosa a centrocampo, dove i nostri sembravano spaesati e lasciavano spazi tra le linee agli avversari, che scappando, si trovavano soli davanti alla difesa azzurra. Ancelotti continua con gli stessi uomini e la situazione peggiora. Ma proprio quando il Napoli sembra aver ritrovato la quadra, arriva il contropiede avversario e il gol di Caputo. Serve una smossa, Ancelotti lo capisce, e quindi è il turno delle sicurezze Callejon e Allan, al posto di Fabian e Rog. E l’ingresso dei due cambia la storia. L’attitudine offensiva, l’intesa e la sicurezza dei due sono subito ingredienti fondamentali della partita. Il Napoli è pericoloso, e arriva il raddoppio di Mertens, che palombella. La partita è chiusa, e a tempo scaduto arrivano il gol di Milik (servito e abbracciato generosamente da Mertens) e l’hattrik del belga, in contropiede, servito al dettaglio da Insigne.

I numeri danno un’idea della partita, una partita che ha visto il Napoli arrivare maggiormente alla conclusione, 19 contro 11 tiri, addirittura 12 nello specchio, contro i 4 avversari. Ma il possesso palla è ad appannaggio dei bravi avversari. Questi numeri  testimoniano le difficoltà incontrate, ma anche l’ispirazione dei due in davanti. E gli azzurri bucano gli altri azzurri per ben 5 volte. E’ stato un Napoli con qualche difficoltà nella fase difensiva, ma molto efficace in avanti. E’ la notte di Insigne e soprattutto di Mertens. Il primo appaia Savoldi nella classifica dei gol in azzurro, sono 55 in totale. Per Mertens, il momento è ancora più prezioso, la tripletta lo fa arrivare a 98 gol complessivi in azzurro, supera 2 colossi, Careca ed Altafini. Male al centro del campo, Diawara è un fantasma per buona parte della gara, è un peccato, il ragazzo non si è ancora ripreso, e nemmeno Rog vive la sua migliore serata.

E’ la notte del Napoli a due facce, è la notte dell’assurdo, perché nonostante lasci i tifosi con un po’ di tachicardia, il risultato finale è schiacciante. Careca, Altafini e Savoldi guardano in silenzio. I guizzi dei singoli, di Mertens e Insigne, portano 3 punti importanti, nonostante le difficoltà, nonostante il centrocampo non ingrani. Ma tutto è preventivabile, considerata la delicatezza di un impegno che arriva a 3 giorni da una notte Champions importante. Il risultato vale tanto, i 3 punti valgono tanto.

La notte di Careca, Altafini, Savoldi e Harvey Dent, la notte di Mertens, Insigne e di un Napoli a due facce, aspettando la notte dei campioni.

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Napoli – Roma (Capitolo 13), un pareggio che vale più di mille parole

Secondo un famoso detto un silenzio vale più di mille parole, oggi, dopo Napoli – Roma, un pareggio vale più di mille parole, allora potrei rimanere in silenzio. Ma no, qualche parola la spenderò, poi ritorneremo tutti in silenzio, fino alla prossima emozione.

Nap-Rom-67Il pareggio con la Roma vale più di mille parole, è un pareggio vestito da vittoria, proprio come quello di Champions (leggete l’emozionante Capitolo 12). Il Napoli ci ha preso gusto, dà vita a prestazioni di rilievo, ma raccoglie, per demeriti suoi e meriti degli avversari, risultati meno importanti. Il Napoli, nei fatti, domina l’incontro con la Roma in lungo e in largo. E’ pericoloso nella primissima parte, ma subisce la rete, immeritatamente. Ma è colpevole. La difesa deve scivolare troppo verso la sinistra, Hysaj si fa sfuggire il pallone, e il gol è semplice per El Shaarawy, solo in mezzo all’area. Il Napoli concederà un paio di occasioni molto pericolose nel primo tempo, si salva grazie ad una combo salvifica di Ospina e Albiol. Per il resto del match, il Napoli deve inseguire, la Roma non può che aspettare lo spazio per il contropiede, ma non pungerà mai, il secondo tempo è un assolo azzurro, il Napoli attacca e attacca. La Roma fa densità e chiude gli sbocchi, il Napoli ci prova sugli esterni, si cerca Callejon oltre tutti, Fabian che qualità, entra anche Mertens per dare più vitalità. E’ solo Napoli. Entrano anche Malcuit (scarso l’impatto del biondo) e Zielinski (più importante il suo contributo). Il gol arriva solo allo scadere, Insigne butta in mezzo un pallone dalla linea di fondo, che Callejon svirgola, Mertens si scaraventa sul pallone come un vampiro assetato di sangue. E’ il pareggio, i minuti di recupero non cambieranno il risultato. Ma che peccato.

E’ un pareggio che sa di vittoria, contro un avversario che sfrutta al massimo le incertezze difensive azzurre, che piazza il muro davanti alla porta, ed eroicamente, prova a difendere il risultato. Perché contro la forza d’impatto della squadra di Ancelotti è l’unica soluzione, la Roma lo ha capito, e ne ha fatto di necessità virtù. Il Napoli, dal canto suo, oltre ad alcune incertezze nella fase difensiva e una certa superficialità in alcuni interventi, sforna tanto gioco (63% di possesso palla). Questo gioco, ossessionante e ossessivo per gli avversari, porta gli azzurri fino all’ultimo tocco, ma la precisione manca, sono 26 i tiri totali (il Napoli eguaglia il record in stagione contro il Parma), ma solo 5 arrivano nello specchio. Spesso gli azzurri mettono dentro dei palloni ghiotti, ma gli attaccanti ci arrivano in ritardo. Si temeva il calo di concentrazione, e invece il Napoli, nonostante qualche piccola difficoltà, c’è, e dimostra tutto il suo valore, contro una squadra importante. Ancelotti è soddisfatto. Ancelotti e noi tutti siamo soddisfatti di questo Napoli, del jolly Fabian, dell’amico Callejon che chiami quando hai bisogno, della sorpresa Ospina, che anche con i giallorossi ci mette lo zampino.

E’ un pareggio che vale più di mille parole, delle chiacchiere degli esperti, delle griglie, dei nostalgici. E’ un pareggio, vestito da vittoria, il secondo di fila, che dimostra come il Napoli non si fermi, che il turnover ha aiutato, che le scelte di Ancelotti e il suo percorso hanno costruito una squadra che va sempre più forte. E’ un pareggio che sta stretto al Napoli, molto più stretto di quanto possa calzare alla Roma, perché il Napoli l’ha dominata questa partita. E’ un pareggio che ci dipinge il Napoli che è, che è stato contro il Liverpool, contro il PSG, è un pareggio che vale più di mille parole, un pareggio che significa che il Napoli non muore. Più di mille parole, i fatti danno l’immagine di una squadra che gioca e produce una mole impressionante di gioco, che cambia modulo, ma che mantiene sempre un elevato equilibrio, che trova certezze in nuovi uomini, Fabian e Ospina, e ritrova quelle dei suoi vecchi pilastri. A volte, anche una sconfitta o un risultato non convincente possono darti certezze, e quest’ultimo Napoli, seppur non capace di portare a casa il risultato, dimostra di essere l’unica squadra che potrà affrontare i primi della classe.

Un pareggio che vale più di mille parole, e ora silenzio!

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Paris Saint Germain – Napoli (Capitolo 12), un pareggio vestito da vittoria

Un Napoli vestito da azzurro Champions, è il momento delle luci della ribalta, contro i francesi che contano, quelli di Parigi, contro l’amico Cavani. E’ un Napoli nuovo, che vuole bissare il risultato con il Liverpool, o quantomeno, non sfigurare. Ancelotti è uomo troppo sottovalutato, fin troppo dagli esperti che vivono a valle del Vesuvio. Lo dimostra giorno dopo giorno, come un Dio che vede e provvede, con il Liverpool, sia fatta la tua volontà, con il turnover schizofrenico, il generatore casuale di formazioni, le mille facce azzurre, il Napoli ha una sua identità, nuova per molti versi, ma è camaleontico, non ha paura, guarda in faccia gli avversari, soffre, ma poi dà le sue stoccate vincenti.

E’ ancora un Napoli dalle mille facce (leggi il Capitolo 11), che alterna la calma piatta di un lago alle onde di un mare in tempesta. Il Napoli della prima parte del tempo è un Napoli vestito da formica che raccoglie scorte per l’inverno, è attento, osserva gli avversari, soffre, è in attesa di tempi migliori. Allan non ha ancora preso le misure, al centro gli azzurri si fanno infilare, perché i parigini sono tecnicamente forti e sanno come avere il sopravvento su avversari di qualità tecniche inferiori. La partita inizia a cambiare a metà tempo: prima la traversa di Mertens e poi il gol di Insigne. Si respirava nell’aria, il Napoli era più cattivo, più pericoloso. Giro palla, fino agli esterni, Callejon aggira la difesa con un cross e Insigne uccella Areola con un pallonetto. Callejon, uno spanish sniper che si inserisce negli spazi e colpisce, vestito da rifinitore, Lorenzo, il rifinitore vestito da goleador. Il PSG, come fu per il Liverpool, ci capisce poco.

Psg-Nap-75Nel secondo tempo cambia la storia, Tuchel toglie Bernat, e butta dentro Kehrer, si mette a 3 in difesa, piazza due ali larghe. Gli uomini in avanti tengono impegnati la retroguardia azzurra, la difesa si allarga, gli avversari pungono al centro, il Napoli è in difficoltà, sembra che possa resistere, ma viene raggiunto con un autorete di Mario Rui. Ma il Napoli è quello dalle mille facce, che prima si veste da vittima e poi da carnefice. Si veste anche Dea Bendata, si porta fortuna da solo, il culo aiuta gli audaci. Mertens si ritrova un pallone sui piedi, ringrazia il difensore avversario e segna il raddoppio, un gol vestito da uno scherzo beffardo. Entreranno Milik e Rog, sembra che la partita possa essere azzurra, tutta azzurra, dopo una grande impresa, ma quando sembra finita arriva la prodezza del campione, la magia a giro di Di Maria. L’argentino riporta la partita in parità, e salva i suoi. Finisce 2 – 2.

Che peccato, una partita che nei numeri ha visto un sostanziale equilibrio, anzi, con statistiche che sorridono maggiormente agli avversari, nel possesso palla, nei passaggi completati, nei tiri in porta. Sono dei numeri che premiano leggermente i parigini, ma che in realtà sono vestiti di azzurro. La prestazione azzurra è completa nella testa e nei piedi, e il pareggio non ne riduce minimamente la portata. Dopo il pareggio vestito di sconfitta con la Stella Rossa, titolai con oltre il risultato, il Napoli che sarà, perché fu il Napoli che si stava realizzando, che si vestiva delle sue nuove vesti, che Ancelotti stava cucendo. Oggi non posso non scrivere oltre il risultato, il Napoli che è, un Napoli vestito da mille tinte, che guarda in faccia gli avversari e dà loro del tu. Un Napoli che si veste da squadra femmina e maschia all’occorrenza, che arriva agli attaccanti da cross dagli esterni, che non ha paura del lancio lungo, che ama il possesso palla anche orizzontale, che chiama Insigne in mezzo al campo per dialogare con i compagni. E’ un Napoli che se lo vedi in campo gioca con un 4-4-2 vestito da un 3-5-2 o un 3-4-3, o viceversa, ce lo dicono le posizioni medie in campo. E’ un Napoli che difende con un 4-4-2, ma che attacca (per natura dei giocatori) con un 3-4-3 asimmetrico (lasciatemi dire così). Ha un piccoletto in mezzo al campo che è vestito da vampiro assetato di sangue, ha un ragazzo col fisico che gioca dove vuoi, anche da punta, il portiere poi, gli dovremmo chiedere scusa, uno sconosciuto vestito da Garella. Anche Mario Rui, colpevole dell’autorete, è nota positiva. Hamsik, un 17 vestito da regista. E mi fermo qui.

E’ stato un pareggio vestito da vittoria, merito di Ancelotti, l’uomo più umile, vestito da Dio del calcio che si è seduto su una panchina, sulla nostra panchina, ringraziamolo, sia fatta la tua volontà.

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